Stop all’uso distorto del Var

“Voglio vedere, invece, se il pugno di Maignan contro Lovato non si vede più al Var”: la questione di un Mazzarri furioso, dopo Cagliari-Milan, interroga nella sua sintassi diretta uno che crede che il calcio sia sempre giusto. gioco. Occorre rivedere l’immagine del portiere che sbaglia l’uscita e colpisce la schiena dell’attaccante del Cagliari, un attimo dopo aver colpito la palla di testa in anticipo, e chiedersi se è parzialmente ribaltato, con il Milan in svantaggio. da un obiettivo, quel contatto sul territorio non verrebbe esaminato. E, viceversa, bisogna rivedere anche il tiro di Giroud contro Romagnoli, nella finale di Empoli-Milan del 12 marzo, e metterci nei panni sfortunati di tutti i provinciali, che hanno accettato di giocare con i grandi in una posizione dimezzata rispetto al par. posizione.
Perché nessuno in buona fede può pensare che tu voglia dare intenzionalmente lo scudetto a Pioli. Tuttavia, le case history mostrano che, al momento della decisione che potrebbe cambiare le sorti di una partita, il diverso peso specifico dei club e le diverse aspettative hanno trasferito la discrezionalità degli arbitri dalla parte dei più forti. Le regole sciolte che regolano i rapporti tra l’arbitro e il Var diventano così una scatola vuota per strappare le giustificazioni più improbabili. Come quelle del designatore Rocchi, che, a posteriori, annuncia di aver condiviso la scelta dell’arbitro, Marco Di Bello, di non assegnare il rigore al Cagliari, e quella del dirigente del Var, Michael Fabbri, di non intervenire.
A decisione dell’anziano si può ammettere che non ha visto l’avanzata dell’attaccante, i pugni del portiere in ritardo gli hanno stretto il collo, la testa che si è girata in una torsione innaturale di almeno 45 gradi, di quest’ultimo però è più difficile da capire . Non ha il motivo per cui il Var non è intervenuto presumibilmente che l’arbitro ha visto il contatto e ne ha decretato la regolarità. Sono decine i casi in cui è successo il contrario, ovvero in cui il Var ha chiesto all’arbitro di rivedere sul monitor un’azione su cui aveva già segnalato di andare avanti. Il criterio con cui Var non entra nella valutazione arbitrale dei contatti in area, partendo dal presupposto che il rallentatore non misuri l’intensità, è solo un pezzo di colore.
Il progettista deve pensarci prima di usarlo per correggere questo o quel difetto nel sistema. Poiché le ragioni illogiche non sono senza prezzo, ma si aggiungono alla naturale imprevedibilità del campo rispetto a quella dei decisori. L’effetto è quello di rendere il calcio un gioco irrazionale. Un gioco irrazionale non è economicamente spendibile, e non è eticamente sostenibile. I primi a capire sono i forti, che sono i club più importanti della Serie A. Non traggono vantaggio dall’uso distorto della tecnologia, ma solo sospetti che svalutano il loro primato in campo. Sono i primi ad avere interesse a riportare l’occhio elettronico del Var alla sua funzione naturale: la realizzazione della precisione nella valutazione delle azioni controverse.
Per raggiungere questo obiettivo, la tecnologia deve essere al servizio delle parti coinvolte, cioè delle due squadre in conflitto, riconoscendosi reciprocamente il diritto di contestazione. Il significato consente all’allenatore di richiedere in un numero limitato di casi il riesame dell’azione sul monitor da parte dell’arbitro in campo, l’unico in grado di coniugare la percezione dei sensi con il contributo dell’immagine. La Lega e la Federazione sono promotrici di una petizione al consiglio internazionale che detiene il potere sulle regole del gioco. L’Italia è già stata il luogo di sperimentazione per l’introduzione del Var, oltre che per il suo sviluppo. Un calcio più equo sarebbe anche un calcio migliore.

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Abbassato con fermo immagine calcio. Ma il Var non si ferma: se si corregge