Perché giochi ai tempi dell’orrore

Come soffrire per la tua squadra del cuore immaginando i corpi carbonizzati di bussola? Quanto vale lo sport di fronte al martirio degli ucraini, che lottano per difendere la nostra stessa libertà? È una domanda che ti rimane in gola e ti gela in primavera. Quel cimitero a cielo aperto, granulare per le stanze, è un sipario chiuso sulla dignità delle emozioni. A prima vista, tutte le sfide e le passioni che rendono più intensa la nostra vita, ci sembrano non avere alcun motivo per essere vissute e raccontate. Pensavamo di avere molti problemi con esso pandemia. Le atrocità della guerra di sterminio ci mostrano che ci sbagliavamo. La vincita doveva ancora arrivare. Il piolo è qui, sotto i nostri occhi.

Eppure la lezione di quei giorni bui del 2020 ce lo insegna lo sport era un antidoto decisivo contro il rischio di ridurre l’esistenza alla mera dimensione biologica. Non è un caso che abbiamo faticato per riuscire, al più presto, a tornare a correre nei campi, anche da soli, e a giocare negli stadi, anche vuoti. La voglia di sport era un segmento importante della voglia di rinascere. Per questo ora sappiamo che difendere la libertà di cui lo sport fa parte non è un privilegio, ma una responsabilità. La guerra è più forte se è instillata ovunque, se impone la sua volontà totalitaria a ogni forma della nostra esistenza. Giocare, vincere e perdere, senza uccidere, è una forma di educazione che rimuove l’odio.

Ma cosa può fare in pratica sport per fermare il massacro? È più appropriato utilizzarlo per fare pressione sull’aggressore e per isolarlo dal tribunale civile? Oppure è più opportuno che un luogo in cui il dialogo e il rispetto continuano a rappresentare una barriera estrema e insormontabile alla pace non venga utilizzato per rimanere uno spazio aperto in termini di violenza della guerra? In una parola, lo sport è caccia Russia punisce Mettere ino dovrebbe essere salvato, per dimostrare che la Russia non è Putin?

Confessiamo che non abbiamo risposta a una domanda così cruciale. E non vogliamo essere nei panni di chi, in queste ultime settimane, ha deciso sulla propria responsabilità di disertare il eventi sportivi in ​​Russia ed escludere gli atleti russi e russi da qualsiasi competizione internazionale. L’emergenza che si sta sperimentando non ha precedenti per la generazione dello scrittore. In mezzo a dubbi così macchinosi, però, una cosa è certa: lo sport dovrebbe essere il primo a parlare non appena i cannoni si fermano. L’obiettivo realistico, a cui puntano i negoziati diplomatici, è quello di una tregua armata tra due mondi che sarà vista con diffidenza per decenni. Il ponte che lo sport dovrà erigere, in mezzo alla crepa aperta dall’odio, deve avere un’ampia gittata, per collegare estremità così lontane. E deve essere molto solido, per resistere ai tentativi di sabotaggio, che non fallisce.

Ecco perché giocare in mezzo a questa angoscia è un po’ resiliente e un po’ testimonial. Come hanno fatto Juve-Inter all’Allianz Stadium tappeto in pace da te Lega Serie Atra le note di una canzone di John Lennon che, ovviamente, recita: “Immagina che non ci sia niente per cui uccidere o morire…”.

Gli atleti del Dinamo Kiev formato per giorni a Leopoli. Le bombe lo hanno spinto a ritirarsi Bucarestaccolto insieme ai colleghi del Shakhtar l’invito di Lucescu. Ben presto hanno affrontato il Scozia nei playoff per Mondo. Presto tuUcraina giocherà di nuovo. Continuiamo tutti a giocare per l’Ucraina.